Sfizi Abruzzesi
I sapori della Costa dei Trabocchi
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Vallevò

Vallevò

Stretta fra mare e colline, Vallevò si raccoglie tutta in un lembo di terra: una manciata di case basse affacciate sugli orti, alcuni Trabocchi, e un porto domestico popolato da piccole barche.

A chi proviene dalla Statale 16 l'indicazione Vallevò suona già come un invito a scoprire uno degli angoli più pittoreschi della costa abruzzese. L'Adriatica attraversa l'abitato immerso in una rigogliosa vegetazione: olivi, aranci, nespoli, si mescolano alla fitta macchia mediterranea.
Bancarelle allestite qua e là arridono al viaggiatore con l'abbondanza dei prodotti locali: cestelli ricolmi di pesce e frutti di mare si accompagnano piacevolmente ad ortaggi e agrumi.

A chi volesse andare in spiaggia, conviene parcheggiare la macchina per incamminarsi sui sentieri che conducono al mare.
Tra cespugli di ginestre e fazzoletti di terra coltivati, si aprono scorci suggestivi. Il litorale, prevalentemente roccioso, è orlato da candide spiagge ciottolose. Il mare, limpidissimo, assume sfumature blu cobalto laddove lambisce gli scogli e si stempera nei verdi cristallini lungo i tratti ghiaiosi.

L'entroterra di Vallevò, al pari della costa, offre non trascurabili motivi di interesse: la morfologia del suolo è infatti caratterizzata dalla presenza di avvallamenti, i cosiddetti Fossi, che si dispongono perpendicolarmente alla costa. I Fossi sono solcati da torrenti ed ospitano, tra la vegetazione, delle grotte naturali, che furono, durante la guerra, sicuri nascondigli per partigiani e sfollati.

Il fosso più interessante nella zona di Vallevò è certamente quello delle Farfalle che segna il confine comunale tra i territori di San Vito e Rocca San Giovanni.
Al suo interno, anche per la presenza di acque che vi scorrono perenni alimentate da piccole sorgenti, è racchiuso uno scrigno inaspettato di bellezze e valori naturali di grande interesse.

L'alta e costante umidità permette lo sviluppo di una vegetazione rigogliosa tipica delle più ampie vallate fluviali, ricca di specie arboree e arbustive come pioppi, salici, olmi e più raramente l'ontano nero e la farnia, una quercia dalle spiccate caratteristiche igrofile.

Per quanto concerne il regno animale, invece, comuni sono i mustelidi, in particolare la faina e il tasso, e i piccoli roditori come il moscardino e il topo quercino.
Particolare interesse riveste la presenza dell'ormai raro granchio di fiume, il Potamon fluviatile.

I Trabocchi

Sono sparsi lungo il litorale abruzzese.
E pare siano stati messi lì per caso, ancorati agli scogli, sornioni e silenziosi, vedette sul mare, fedeli guardiani delle bellezze della nostra costa.
La loro origine si perde nella notte dei tempi.
Nessuno, difatti, può stabilire con esattezza l'epoca in cui sono stati “poggiati” sul mare.

Si può solo supporre che la loro invenzione sia stata originata dalla paura che l'uomo provava, una volta, nell'avventurarsi per la pesca in mare aperto.

Ed era, quindi, più comodo e più sicuro “pescare da fermo”, da una piattaforma stabile, collegata alla terra ferma da una passerella di legno.
Il primo e più antico documento che ci parla dei trabocchi della nostra zona è del 1400.
Il suo autore è Padre Stefano Tiraboschi, dell'Ordine Celestiniano.

Questi, nel manoscritto “Vita Sanctissimi Petri Celestini” (Pietro da Morrone), scritto in dialetto veneto-bergamasco e conservato presso la Biblioteca Marciana di Venezia, parlando della permanenza del futuro Papa Celestino V nel Monastero di S.Giovanni in Venere(1240-1243), racconta che Pietro usciva spesso dall'Abbazia di Fossacesia e, dal colle che oggi è denominato “Belvedere”, ammirava il mare sottostante “punteggiato di trabocchi”.

Si deduce, pertanto, che nel 1240, l'anno di inizio del corso di studi frequentato da Pietro da Morrone nel celebre monastero benedettino, i trabocchi già esistevano.
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